
Dopo la prova discreta di Wrong Turn, Rob Schmidt si schianta senza appigli nella mediocrità, dirigendo un film senza nè capo nè coda, farcito di ogni stereotipo dello psycho thriller e votato a un unico scopo: l'elevamento sopra tutto e tutti di Eliza Dushku.
Da brava produttrice, la Dushku rovina tutto ponendosi sempre in primo piano - in alcuni momenti si è potuto godere di primissimi piani che non lasciavano spazio nemmeno agli elementi scenici - e relegando al ruolo di semplice bracciante il povero regista.
Dismessi i panni da ammazzavampiri, la megalomane cacciatrice distrugge uno script già barcollante, ispirato chiaramente a Zodiac, farcendolo di intuizioni al limite del ridicolo e colpi di scena sempre previsti con largo anticipo. Se a questi aggiungiamo immagini fotocopie di Tru Calling, un killer inafferrabile e tante bambine fantasma con tanto di quel verso gutturale marchio di Shimizu, rischiamo l'en plein nella miseria.
Alla nuova signora del thriller quanto riportato sopra non basta e decide di toccare l'apice del ridicolo aggiungendo sul piatto, inizialmente, una schizofrenia che - guarda il caso! - lei è capace di controllare e incanalare in premonizione e, per concludere in bellezza, un improvvisato quanto gratuito striptease.
Al povero cast, composto da pezzenti del calibro di Timothy Hutton e Michael Ironside - ma anche Bill Moseley e Cary Elwes - non resta che il lavoro sporco, svolto con impegno e devozione, tanta devozione. A Eliza Dushku.
Sopprimetela.
Continua...








